27.06.2019, ore 03:04

La poesia di Giampaolo Bellucci: segno di postmodernità matura

Giampaolo Bellucci, classe 1968, umbro di Foligno, città che, narra una simpatica leggenda metropolitana, è “lu centru de lo munnu”, vive e lavora a Bastia Umbra. Svolge un lavoro semplice e ha pubblicato due libri di poesia. Come studi si è fermato alla scuola media o poco più, ma ha una forte vocazione di poeta e di narratore. Autobiografico soprattutto, perché la palestra della quotidianità, con i suoi alti e bassi, le sue depressioni e i suoi eccessi, le ombre e le luci, è quanto conosce meglio, dunque materia dei sogni e delle speranze, oltre che registrazione del reale e dell’immaginario. A oggi ha all’attivo due romanzi e due raccolte di poesie, ed è su queste che intendo scrivere qualche annotazione. La prima plaquette s’intitola Il treno dei pensieri (Albatros-Il Filo, 2009) e riafferma – a differenza delle prose de  Il buio e la luce che riporta in epigrafe la frase di Marcel Proust: “Tutto ciò che è grande nel mondo lo dobbiamo ai nevrotici” – che non è l’uscita dal libirinto che ti fa capire come senza il buio non si potrebbe apprezzare la luce, è, al contrario,  il canto a gola spiegata, o meglio con i  sensi e l’intelligenza vivi, nella rivolta contro i misfatti della vita associata.

La poesia di Bellucci è davvero sorprendente e sapiente, senza punteggiatura, battagliera e fatta di rime e assonanze interne e aperte, di un lessico variegato e ora colto ora popolare, dove convivono le cose e gli oggetti, il giorno e la notte, il tempo e lo spazio dell’anima. I diseredati e i diversi, i poveri cristi e gli infelici sono il grande, nobile tema della seconda parte della raccolta, “A spasso per il mondo”. E qui, nel timbro realistico, che raggiunge per intensità di rima e di metri la musicalità di parole da immettere in una canzone (non a caso il poeta ha frequentato, sia pure per poco, la scuola che Mogol ha aperto qui in Umbria a Tuscolano), risiede la drammaticità del cantastorie, come ad esempio nella storia “di Maria è un travestito/ Che ha gettato i pantaloni/ Ha indossato le sue convinzioni” e vive “nella falsa moralità/ Di chi solo di giorno l’addita/ E poi di notte ci va/ E di notte ci va”. Oppure in “Operai”, che inizia: “Quando suona la sirena/ Gli operai/ Son pronti a entrare/ Miseri salari/ Per spaccarsi la schiena/ E per una lira/ Son pronti a sudare”. E ancora “Nemo”, struggente  litania che mi ricorda gli indimenticabili amici poeti conterranei Angelo Rossi e Alessandro Merini: “Mi diceva andiamo/ Al lavoro/ Quell’uomo/ Dal cuore d’oro/ Mi parlava sempre/ Di una donna inesistente/ Di un matrimonio/ Imminente/ E io ascoltavo / E fingevo/ Fingevo/ Di credere/ Perché sapevo/ Che era una sua bugia/ Che era un suo sogno/ Che colorava con la fantasia/ E tingeva d’immenso il cielo/ E io l’ascoltavo/ Anche se sapevo/ Che niente era vero/ Ma fingevo/ Fingevo perché capivo/ Che Nemo voleva sentirsi vivo/ Nemo cuore di burro/ Era dolce e fragile/ Ma voleva sembrare di ferro/ Nemo/ Non sapeva che cosa era il male/ Ed era ingenuo come un bambino/ Ma un giorno vidi/ La sua faccia sul giornale/ Che diceva/ Nemo assassino/ Nemo assassino”.

Il secondo libro è Un grappolo di rose appese al sole (Cicorivolta Edizioni, 2011), cui Manlio Sgalambro antepone una rapida e sapida  prefazione che, mentre afferma che “i testi delle canzoni sono poesia di tutti i giorni e quindi non sono poesia”, dando il colpo di grazia a quanti sostengono la loro  poeticità (un testo staccato dalla musica non esiste autonomamente), nel contempo ne loda la fisicità e la cantabilità, augurandosi che essi trovino la voce che gli manca, solo allora dice che si trasformeranno in canzoni e “la promise de bonheur sarà mantenuta”. Le poesie contenute ne Un grappolo… sono quarantasette e tutte hanno quell’andamento diacronico che ne sottende l’anima e il fine ultimo,  una sacralità del realismo e una rarefazione del sentimento, nutrendosi di versi brevi e anaforici, liberi metricamente ma dotati di intima sonorità, che li fa pronti a cercare e a trovare una musica che ne sostenga la centralità. “Questi angeli di fango / Vestiti di noia / Che non hanno più luce / Che non hanno più voglia / Di lasciare andare / Di tornare a volare / In lidi d’azzurro dipinti /Questi uomini vinti / Dall’abnegazione / Di emozioni ed istinti / Travolti dal vortice dei / Venti / Travolti dal male / Dei nostri tempi” è quasi la bandiera del pessimismo del poeta, che dice: “Un giorno mi sento / Cento metri sopra il cielo / Il giorno dopo sprofondo / Nel baratro più nero”, senza immediata speranza ma alla lunga, grazie allo scrivere, robustamente agguerrito. Certo, Bellucci, modesto e ingenuo, anzi candido, di un candore disarmato e disarmante, è poeta per difesa, ma anche all’attacco, come quando s’interroga (con Marziale: “Non scribit cuius carmina nemo legit”, perché scrivere senza lettori) sulla modernità, sulla fertilità, sulla moralità della poesia. Rinviando al prossimo, ai prossimi libri una risposta, delle risposte. Per il momento scrive.

Antonio Carlo Ponti